Chief AI Officer

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Chief AI Officer: la figura che risponde dell’Intelligenza Artificiale, da Washington alle imprese europee

Negli Stati Uniti ogni agenzia federale è tenuta a designarlo, per direttiva dell’esecutivo; in Europa è la risposta organizzativa alla domanda più scomoda del momento: chi risponde, in ultima istanza, dell’Intelligenza Artificiale che l’organizzazione usa? Ritratto del Chief AI Officer, tra il mandato americano, la domanda europea di ruoli di governo dell’IA e il riferimento italiano della norma UNI 11621-8:2026.

Vi sono figure professionali che nascono dal basso, per aggregazione spontanea di competenze; e ve ne sono altre che nascono per atto d’autorità. Il Chief AI Officer – CAIO appartiene, almeno in parte, alla seconda famiglia: è stata l’amministrazione federale statunitense, con proprie direttive, a imporne la designazione in ogni agenzia dell’esecutivo, trasformando una buona pratica organizzativa in un obbligo amministrativo interno. Riteniamo utile partire da lì per capire cosa questa figura faccia davvero, per poi verificare se, e quanto, il mercato europeo la stia chiedendo.

Il mandato americano

Con il Memorandum M-24-10 del 28 marzo 2024, l’Office of Management and Budget – OMB della Casa Bianca ha dato attuazione all’ordine esecutivo sull’IA richiedendo a ogni agenzia federale un Chief AI Officer: l’atto precisa che l’ordine «tasks CAIOs with primary responsibility in their agencies […] for coordinating their agency’s use of AI, promoting AI innovation, managing risks from the use of AI» e qualifica la figura come «the senior advisor for AI to the head of the agency» (OMB, M-24-10) (testi in lingua originale). L’impianto è sopravvissuto al cambio di amministrazione: il Memorandum M-25-21 del 3 aprile 2025, che «rescinds and replaces» il M-24-10, ribadisce l’obbligo in termini espressi: «Within 60 days of the issuance of this memorandum, the head of each agency must retain or designate a Chief AI Officer (CAIO)» (OMB, M-25-21) (testi in lingua originale). Non una legge del Congresso, dunque, ma una direttiva dell’esecutivo vincolante per le agenzie: distinzione che giova alla precisione, senza nulla togliere alla sostanza.

Il catalogo dei compiti che ne discende è una descrizione operativa del mestiere: censimento annuale dei casi d’uso, valutazione dei rischi per i sistemi che incidono su sicurezza e diritti, monitoraggio continuo delle prestazioni, consulenza al vertice su investimenti e competenze, politiche di IA responsabile. La manualistica dell’industria, del resto, converge: si tratta di «an executive role within an organization focused on overseeing the development, strategy and implementation of AI technologies» (IBM) (testo in lingua originale).

Dentro l’organizzazione: strategia, rischio, persone, rendicontazione

Nella concreta operatività, quattro responsabilità definiscono la funzione. La prima è la strategia: tradurre gli obiettivi dell’organizzazione in un portafoglio di iniziative di IA con priorità, metriche e criteri di dismissione, perché non poche organizzazioni accumulano progetti pilota mai chiusi né scalati. La seconda è il governo del rischio: inventario dei sistemi, classificazione dei casi d’uso, presidio della conformità al Regolamento (UE) 2024/1689, c.d. AI Act, e al Regolamento (UE) 2016/679, c.d. GDPR, raccordo con gli strumenti volontari di governance, come il sistema di gestione fondato sullo Standard UNI CEI ISO/IEC 42001. La terza sono le persone: piani di alfabetizzazione all’IA e sviluppo dei profili specialistici. La quarta è la rendicontazione: il CAIO risponde dell’IA davanti all’organo di vertice, e deve saper tradurre le metriche tecniche in informazioni utili alla decisione.

Una funzione che l’Europa chiede, anche quando non la nomina

E il mercato europeo? Il quadro giuridico, anzitutto, spinge nella medesima direzione: la Decisione (UE) 2022/2481, che istituisce il programma strategico per il decennio digitale 2030, fissa tra gli obiettivi dell’Unione che «gli specialisti in TIC impiegati nell’Unione siano almeno 20 milioni, promuovendo al contempo l’accesso delle donne a questo settore» (EUR-Lex). Dentro questa cornice, l’analisi europea dei fabbisogni di competenze sull’IA condotta dal progetto Artificial Intelligence Skills Alliance – ARISA, cofinanziato dall’Unione, ha censito la domanda emergente proprio dei ruoli di governo: «AI management & support roles are also emerging with the most foreseen need for AI strategists, AI ethics officers and AI quality controller» (ARISA) (testo in lingua originale). La denominazione varia, AI strategist, responsabile della strategia di IA, Chief AI Officer, ma la funzione richiesta è la stessa: qualcuno che governi.

Il riferimento italiano

In Italia la figura ha oggi un perimetro verificabile: la norma UNI 11621-8:2026 sui profili di ruolo professionale relativi all’IA colloca il Chief AI Officer in testa ai dodici profili disciplinati, con competenze declinate secondo la metodologia dell’e-Competence Framework europeo, la norma UNI EN 16234-1 (UNI). Chi voglia farsi attestare tali competenze può sottoporsi a valutazione presso un organismo accreditato, secondo lo Standard UNI CEI EN ISO/IEC 17024, nel quadro definito dalla Circolare informativa Accredia DC n. 21/2026 (Accredia).

Conclusioni

La storia del Chief AI Officer racconta una convergenza: Washington lo ha imposto per legge alle proprie agenzie, l’Europa ne registra il fabbisogno nelle analisi sulle competenze, l’Italia ne ha scritto il profilo in una norma tecnica. Tre strade diverse verso la stessa conclusione: l’Intelligenza Artificiale, in un’organizzazione, o ha un responsabile o ha un problema.

Alla luce di quanto esposto, ci si domanda quante organizzazioni italiane, pubbliche e private, sappiano oggi indicare senza esitazione il nome di chi risponde della propria IA; finché la risposta tarda, il primo investimento da fare non è tecnologico.

Fonti


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