Competenze e lavoro nel 2030, illustrazione astratta palette azzurro viola ciano

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Il lavoro nel 2030: competenze che non esistono ancora

Diversi rapporti internazionali stimano che entro la fine del decennio una parte consistente delle abilità professionali richieste sarà differente da quella attuale. Le analisi condotte da organismi globali ed europei convergono nell’indicare la formazione continua come componente stabile del mercato occupazionale. Il testo che segue raccoglie le stime disponibili e i principali riferimenti normativi e statistici.

Le stime globali del World Economic Forum

Il Future of Jobs Report 2025, diffuso dal World Economic Forum (Forum economico mondiale, WEF) nel gennaio 2025, propone una fotografia quantitativa del fenomeno, costruita a partire dalle indicazioni fornite dai datori di lavoro di numerose economie. Secondo il documento, entro il 2030 il 39% delle abilità chiave impiegate nelle organizzazioni risulterà modificato. Il valore segna una flessione rispetto alla rilevazione del 2023, quando la stima raggiungeva il 44%: una parziale stabilizzazione che, pur ridimensionando le previsioni più drastiche, conferma l’ampiezza del mutamento in atto.

Le proiezioni occupazionali risultano altrettanto nette. L’analisi prevede la nascita di circa 170 milioni di nuovi impieghi su scala mondiale e, contestualmente, il venir meno di 92 milioni di posizioni: un saldo netto positivo di 78 milioni. Dietro queste cifre agiscono l’automazione dei processi, la diffusione dell’intelligenza artificiale e la spinta verso modelli produttivi a minore impatto ambientale. In coerenza con tale scenario, il 77% delle aziende interpellate dichiara l’intenzione di investire nella riqualificazione del personale, considerata la leva principale per governare il passaggio.

Reskilling e upskilling, due risposte alla domanda di qualifiche

Il lessico della formazione professionale distingue due percorsi complementari, spesso citati con i termini inglesi ormai entrati nell’uso corrente. Il reskilling indica l’acquisizione di qualifiche del tutto nuove, orientate verso un’attività differente da quella svolta in precedenza. L’upskilling designa invece il potenziamento del bagaglio già posseduto, aggiornato per rispondere a mansioni in evoluzione all’interno dello stesso ambito.

La distinzione non è puramente terminologica e ha ricadute pratiche. Il primo percorso riguarda chi si trova a cambiare mestiere, spesso perché la propria posizione viene automatizzata o ridefinita; il secondo interessa quanti restano nel medesimo settore ma devono padroneggiare strumenti, linguaggi e metodi rinnovati. Entrambe le direttrici acquistano peso in un contesto nel quale il ciclo di vita delle conoscenze tecniche si accorcia. Un tecnico formato oggi può trovarsi, nel giro di pochi anni, a operare con piattaforme e procedure profondamente diverse, il che rende l’aggiornamento una condizione ordinaria più che un’eccezione.

Gli obiettivi europei sulle professioni digitali

L’Unione europea ha tradotto simili consapevolezze in traguardi misurabili. La Decisione (UE) 2022/2481, che istituisce il programma “Decennio digitale 2030”, fissa l’obiettivo di raggiungere almeno 20 milioni di specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Information and Communication Technologies, ICT) entro la fine del periodo di riferimento. La figura dello specialista digitale comprende, tra gli altri, sviluppatori di software, analisti di dati, esperti di sicurezza informatica e progettisti di sistemi, ruoli ormai trasversali a quasi tutti i comparti economici.

Il punto di partenza resta lontano dalla meta. I dati diffusi da Eurostat il 27 maggio 2026 rilevano che nel 2025 gli specialisti ICT occupati nell’Unione ammontavano a 10,45 milioni, pari al 5,0% dell’insieme degli occupati. La presenza femminile si ferma al 19,5%, indicatore di uno squilibrio di genere ancora pronunciato in queste professioni. Avvicinarsi ai 20 milioni fissati come traguardo comporterebbe quindi un incremento prossimo al raddoppio in un arco temporale ristretto, condizione che rende l’ambizione particolarmente impegnativa.

La posizione italiana e la normazione dei profili per l’intelligenza artificiale

Nel confronto continentale l’Italia occupa una collocazione arretrata. Sempre in base alle rilevazioni di Eurostat, la quota di specialisti ICT sul totale degli occupati si fermava al 3,8% nel 2025, fra i valori più contenuti dell’Unione. Il distacco segnala un ampio margine di recupero, ma riflette anche una carenza strutturale di figure tecniche qualificate.

Sul fronte della standardizzazione, un apporto recente proviene da UNI (Ente Italiano di Normazione). La norma UNI 11621-8:2026, pubblicata il 30 aprile 2026, definisce dodici profili di ruolo professionale dedicati all’intelligenza artificiale. Il documento è stato messo a punto dalla commissione UNI/CT 526 presso UNINFO, in collaborazione con la CT 533. L’iniziativa mette a disposizione un riferimento condiviso per descrivere mansioni, responsabilità e requisiti in aree ancora prive di codificazione consolidata, agevolando l’incontro fra chi cerca e chi offre determinate professionalità.

Le proiezioni di lungo periodo del Cedefop

Una prospettiva oltre il 2030 proviene dal Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop). Le sue previsioni sulle qualifiche al 2035 tratteggiano una richiesta in aumento per le occupazioni ad alta specializzazione, per il comparto ICT e per le discipline scientifiche e tecnologiche identificate con l’acronimo STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

Il motore di questa dinamica è la cosiddetta doppia transizione, digitale e ambientale, che ridisegna interi comparti produttivi. L’occupazione europea nel suo complesso è attesa in crescita modesta, intorno allo 0,4% annuo, ma la composizione interna della manodopera si sposterà in modo apprezzabile verso i profili più preparati. A questa tendenza si somma la variabile demografica: l’invecchiamento della popolazione attiva accentua l’esigenza di rimpiazzare e aggiornare le figure prossime all’uscita.

Prospettive

Le fonti disponibili convergono su alcuni punti. È previsto un incremento netto delle posizioni a livello globale, sospinto dalle tecnologie emergenti e dalla riconversione ecologica. È attesa una crescita della richiesta di profili preparati, con l’ICT e le materie STEM in prima linea. Risulta inoltre consolidato l’orientamento delle aziende verso la riqualificazione interna. Diversi aspetti restano da precisare: la rapidità con cui gli apparati formativi sapranno allinearsi ai fabbisogni, e la distribuzione geografica e di genere delle opportunità, oggi diseguale. Gli obiettivi quantitativi fissati in sede europea costituiscono un parametro di verifica per gli anni a venire.

In dialogo con l’Agenda 2030

  • Obiettivo 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica). Un bilancio positivo di posti non assicura di per sé condizioni eque: l’obiettivo consiste nell’accompagnare la riconversione con tutele adeguate e con un accesso equilibrato alle possibilità emergenti.
  • Obiettivo 4 (Istruzione di qualità). La centralità del riaddestramento richiama la necessità di percorsi accessibili lungo l’intero arco della vita, fattore determinante per l’inclusione.

Fonti


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